Il fiume di Siddharta
È una serata come tante, in un umile baita, come tante, di una famiglia povera, come tante.
La famiglia “allargata” per la presenza del nonno paterno, si ritrova attorno ad una umile mensa e la madre
mette in tavola la pentola che contiene la solita minestra fumante.
Una scena che per tanti di noi appartiene alla memoria storica e culturale, costruita dall’esperienza diretta,
o più spesso mediata dai racconti di genitori e nonni della generazione di Bertolucci.
La memoria della vita povera e umile di tante aree del secondo dopoguerra, soprattutto nella parti meno
accessibili del Paese, come quelle alpine, è parte integrante della nostra coscienza collettiva… creatasi
attraverso un processo che è insieme filogenetico ed ontogenetico. Come l’intreccio del filo da ricamo, che
nel tessere il proprio disegno sulla tela, nasconde quella dualità all’occhio dell’osservatore, pur
mantenendola ed anzi restandone essenza ineludibile e indissolubile.
Una memoria che si declina nel ricamo ben preciso della vita di ciascuno, fatto di immagini, fatto di colori,
fatto di suoni, di profumi, di pensieri e di emozioni.
Quella sera come tante, Rosa vivrà qualcosa di unico, che per anni irrimediabilmente determinerà il disegno
del ricamo della sua vita.
Rosa quella sera vivrà qualcosa il cui segno suggellerà tutte le altre memorie, dentro uno schema tanto
ottuso quanto categorico, perchè “imposto” da chi conta, da chi ci insegna la vita, da chi ci protegge e ci
vuole bene, diventando caratterizzante del sè, introiettato prima, esteriorizzato poi e comunque pietrificato,
immutabile ed immutato nel divenire della vita.
La mamma vuole bene a Rosa, che sa di essere amata. Quella sera, a tavole prende il suo piatto per versarvi
la minestra, quando la figlia dice: “No, basta, io non ho voglia di mangiare ancora minestra!”.
Rosa ha quattro anni, non sa che la minestra è il frutto prezioso, quand’anche umile, del lavoro della
famiglia. Rosa non sa ancora nulla delle vite piene di sacrifici che gli adulti spesso fanno.
Rosa è una bambina. È solo una bambina.
Può forse sapere una bambina che il riconoscimento dell’autorevolezza adulta deve passare anche dal
negarsi un piccolo dissenso come quello di dirsi stufa di un’umile minestra?
L’irriverenza di Rosa è presto chiarita dal nonno, che, al perpetuarsi della protesta della piccola, prende in
mano il mestolo di legno e lo batte prepotentemente sulla testa della nipotina, dicendole “Rosa, sei proprio
cattiva!”.
Il nonno mette tutto a posto.
Eppure, anche il nonno di solito è buono. Magari è una persona un po’ burbera, poco affettuosa, ma ha
sempre voluto bene a Rosa, le ha insegnato tante cose e continuerà a farlo anche dopo, fino alla fine dei
suoi giorni.
Trascorrono 70 lunghi anni.
Non siamo più nella baita in montagna, ma nel mio studio ospedaliero.
Da poco, facendomi guidare da Marco, mi sono avvicinata alle tecniche della psicologia energetica e,
comprendendone la potenza, le sto integrando nella mia pratica terapeutica.
Vengo chiamata da un medico che mi chiede di raggiungerlo per presentarmi una persona che potrebbe
aver bisogno di me.
Raggiungo lo studio del collega, ed, entrando, mi trovo davanti due occhi chiarissimi e dolcissimi, incastonati
in un volto dalla pelle Rosaa, evidentemente matura ma quasi fanciullesca nella sua lucentezza. Il tutto
attorniato da una nuvola bianca di morbidi e vaporosi capelli, che rendono a quel volto bambino la dignità
degli anni vissuti, marcando tuttavia il contrasto di questo volto su cui i segni del tempo e della sofferenza
non riescono definitivamente a lasciare alle spalle i tratti dell’infanzia.
Si presenta, scusandosi per avermi disturbato: “Mi chiamo Rosa”.
Rosa è attanagliata dall’ansia e dall’angoscia. Trema… anche se mi risulta subito evidente che il suo non è il
tremore dell’ansia, bensì il tremore della Malattia di Parkinson, principale motivo che la porta nel nostro
ospedale.
Il Parkinson la accompagna da anni, eppure da anni i medici le spiegano che le sue ansie e l’angoscia che
generano crea in lei difficoltà maggiori di quanto faccia la malattia neurodegenerativa di per sé.
L’ansia e l’angoscia, dice Rosa, la attanagliano da quando il marito si è ammalato ed è stato ricoverato in
psichiatria: lui aveva bruciato la loro casa e lo aveva fatto per la rabbia e il rancore verso di lei e verso quel
che la riguardava.
Lei non lo aveva denunciato, ma aveva preso l’occasione per farlo ricoverare e farlo curare: almeno un po’,
dice.
Mentre mi racconta di questa vicenda, siamo ormai nel mio studio e lei è sulla poltrona, che porta, di volta
in volta, il peso delle storie delle persone che accompagno, un peso inizialmente importante, spesso
schiacciante, e che col tempo si alleggerisce e, nel migliore dei casi, svanisce.
Rosa parte nel suo racconto da questi ultimi anni: il marito, le sue violenze, il suo ricovero in psichiatria, la
solitudine nell’accompagnarlo nella malattia, le costanti paure generate dalle sue incessanti minacce.
Mentre narra queste cose, ha d’improvviso una reazione vagale imponente: la pelle del viso si tinge di un
rosso intenso, il corpo diventa madido di un sudore copioso, acre e pungente.
Il tremore lascia il posto a scuotenti ed innaturali discinesie, facendo sembrare Rosa una bambola di pezza
strattonata da una mano incurante e dispettosa.
Capisco che in quel momento non è in grado di ascoltare un mio discorso, non è nella condizione di fruire
un momento psicoeducativo sulle tecniche, che intendo utilizzare con lei, e sugli obiettivi che possiamo
porci nell’utilizzarle.
È quel che faccio sempre, dopo aver raccolto quanto la persona porta al primo colloquio con me.
In questo momento tuttavia non è ciò che devo fare.
Rosa ha bisogno di un mio intervento, che la calmi e che eviti che in lei il mio studio, la mia poltrona ed io
stessa possiamo essere associati ad un contesto spiacevole e pericoloso, che rischierebbe di allontanarla.
Rosa in questo momento non è neppure lì… rapita, risucchiata nel suo non-mondo terrifico e violento. Una
condizione che, ad un inesperto, potrebbe essere scambiato per panico.
No, Rosa non è in panico. Rosa è dissociata. È vigile, ma in uno stato alterato di coscienza. Una condizione
che, quando l’ho di fronte, mi ricorda la teoria einsteniana del tempo che si ripiega su di sé, creando la
contemporaneità di tante Rosa, di tutte quelle Rosa che hanno vissuto, indipendentemente dall’intensità e
dalle caratteristiche della situazione, questa stessa condizione.
Guardandola, mi sembra di avere davanti la personificazione del concetto di costrutto.
Lì per lì, penso che il suo trauma sia nelle violenze subite: sarebbe coerente con i tempi di manifestazione
dei sintomi e sarebbe coerente con il vissuto, indiscutibilmente traumatico.
La Rosa innaturalmente scossa dai movimenti aberranti ed incoercibili delle discinesie, ha la coscienza
frizzata nella immobilità dello spazio e del tempo della sovrimposta idea di sé, un limbo esistenziale in cui
pensiero, emozione e sensazioni corporee risuonano all’unisono, sempre con lo stesso roboante frastuono:
impossibile provare a modificare qualcosa dall’esterno, perché gli echi del mondo interno interferiscono
annullando qualsiasi sforzo.
Da lei, in quel frangente, si possono ottenere solo risposte semplici: il sì e il no o risposte concise seppur
sensate e comunicative.
Decido di agire e mi limito a chiederle il permesso di applicare su di lei dei semplici tocchi con le dita in
alcune parti del suo corpo, allo scopo di rilassarla. Lei accetta. Inizio dal punto Karate chiedendole di
concentrarsi solo sul suo respiro e di ascoltarmi, ripetendo a voce alta oppure solo mentalmente: “Anche se
il mio corpo è scosso e agitato, io posso respirare e il mio respiro culla il mio corpo, riportandomi calma e
tranquillità”.
Premetto che io sono solita applicare il tapping anche sulle dita (anulare a parte), retaggio del mio
approccio all’EFT nella versione di Craig, ma la mia non è solo abitudine.
Uso spesso l’EFT con pazienti cerebrolesi e mielolesi. Molti di loro non hanno la possibilità di usare le dita
per fare il tapping e che richiedono il mio intervento, altri possono usare le dita ma non sono nella
possibilità di raggiungere tutti i punti a causa delle limitazioni nella loro mobilità. Infine, ci sono pazienti che
non sono in grado di gestire da soli il tapping, come nei casi di pazienti con deficit attentivi. Il tapping fatto
insieme al paziente, mostrandogli dove e come eseguirlo, è una facilitazione, per attivazione dei neuroni
specchio. Tuttavia, laddove vi siano pazienti con deficit attentivi, questa facilitazione si perde proprio a
causa delle risorse attentive insufficienti a gestire entrambe le attività.
Per questo, agire sul paziente eseguendo io stessa il tapping permette a quest’ultimo di esperirne i benefici,
investendo le proprie risorse sul percorso di elaborazione/cura.
Il giro di EFT si conclude. Rosa si è tranquillizzata.
È sudata, ma il suo corpo ora è fermo. Ha lo sguardo ancora segnato dalla violenza di quel momento, ma è
perfettamente in grado di parlare e di confrontarsi.
Mi chiede come abbia fatto a darle sollievo così rapidamente. Le spiego allora la tecnica EFT-integrata e i
tanti benefici che può darci e darle in terapia e nella vita.
Termino la seduta dicendole che torneremo ad utilizzarla in terapia, principalmente per elaborare ricordi
traumatici, modificare strutture di interpretazione della realtà, rilassare il corpo e la mente.
Ci rivediamo la settimana successiva.
Rosa esordisce dicendo che ha tanto bisogno di lavorare con me e che la settimana precedente è stata
molto sorpresa di sentirsi così rilassata alla fine del trattamento. Creo in me la consapevolezza della sua
costante ed esplicita richiesta di aiuto e la costante richiesta di rassicurazione di accudimento.
Le chiedo di raccontarmi la sua vita, ricordandole che la settimana precedente mi aveva parlato di “una vita”
trascorsa nell’ansia e nella paura.
Mi dice che ripensando alla sua vita, i problemi di ansia e di paura iniziano un po’ prima di quanto mi aveva
inizialmente detto. Tutto inizia mentre lei è una donna sposata e già madre dei suoi due figli, quando il
marito si ammala gravemente e muore. Lei vive non solo il profondo dolore di questa perdita, ma anche lo
smarrimento e la paura della solitudine che alimentano l’ansia incontrollabile di non essere in grado di
crescere, da sola, i suoi figli.
Mentre mi racconta questo comincia ad agitarsi e riparte una risposta vasovagale imponente con rossore,
sudorazione, discinesie.
Prima di iniziare con il tapping, ho bisogno di capire, per cui le riformulo quel che nel frattempo ho capito.
Lei è stata sposata una prima volta con un uomo che le ha dato due figli e che poi è morto per una malattia.
Successivamente si è risposata con un uomo che a sua volta si è ammalato di una malattia psichiatrica.
Nel momento in cui le do questa riformulazione, la sintomatologia diventa ancor più marcata e Rosa
verbalizza la necessità di essere aiutata perché lei è cattiva e sbaglia ogni cosa.
Capisco che la mia formulazione iniziale era errata: c’è qualcosa che precede la violenza del marito malato a
traumatizzare Rosa.
Faccio un giro di tapping per tranquillizzarla, così che riesca almeno a rimanere sulla poltrona.
Lo sguardo è spaventato e disorientato.
Inizio un giro di tapping, dal punto karate: “Anche se mi sento cattiva e sbagliata…” Rosa ripete. Io proseguo:
“Mi amo e mi accetto completamente e profondamente”… Rosa ha un attimo di esitazione e mi guarda
stranita. Contraccambio lo sguardo, senza distoglierlo, ma trasmettendole la fermezza del mio intento. A
quel punto, negli occhi le si accende una luce e lei ripete assentendo con la testa.
Penso immediatamente che questa sua risposta così convinta alla dichiarazione di amore e accettazione di
sé sia molto significativa: Rosa si racconta come cattiva e ansiosa… ma questa non è una concezione
egosintonica: ha solo fatto sua propria, una descrizione altrui, “assumendola” e soffrendola come
identitaria.
Passo sulla testa e le chiedo: “Rosa porta la tua attenzione sul fatto di sentirti cattiva. Cosa ti viene in mente
pensando a questo?”. Rosa si mette a piangere a fare “no” con il capo. “Io sono cattiva. Sono cattiva perché
me lo dice sempre Enrico”. Alla mia richiesta mi spiega che Enrico è il nome dell’attuale marito.
Le chiedo perché il marito le dica questo e lei mi risponde “Ma non è vero. Io non sono cattiva. Mi fa
diventare cattiva lui perché mi spaventa. Minaccia sempre di fare cose che non deve fare e io devo sempre
essere attenta a lui. Lui però non vuole essere controllato e mi minaccia. Mi dice ogni volta che si ammazza
e mi dice che si ammazza perché io sono una brutta persona, mi dice che gli ho rovinato la vita”.
Vado avanti con il tapping spostando il focus: “anche se Enrico mi accusa di essere cattiva e di rovinargli la
vita, io mi amo e mi accetto…”.
Alla fine è molto più tranquilla, mi guarda e mi dice, chiedendomi conferma con lo sguardo: “Io non sono
cattiva con lui ed ho paura quando mi dice che si ammazza per colpa mia. Io non voglio che succeda, non
voglio che si ammazzi per colpa mia”.
Poi mi racconta meglio della malattia del marito. Intuisco che si tratta di una patologia esordita in età senile
(lui ha una decina di anni più di lei): la violenza (l’incendio provocato) e le ideazioni suicidarie hanno
comportato una presa in carico psichiatrica con un ricovero ed una successiva gestione ambulatoriale.
Ovviamente, come spesso capita con questi pazienti, l’adesione alla terapia e soprattutto la consapevolezza
della malattia sono scarse ed aprono a lunghi momenti in cui la persona non assume le terapie e prende le
distanze dal medico che li segue, inabissando nel disagio se stessi e chi di loro si occupa.
Rosa è l’unica caregiver del marito: i figli di Rosa, oltre a non essere figli naturali di Enrico, sono ormai adulti
e vivono lontani, e i due coniugi non hanno familiari diretti che siano disponibili ad aiutarla.
Lei vive nella paura di quest’uomo: teme che lui possa farle del male, ma teme anche molto che possa
accadergli qualcosa.
Non lo ama più. Mi dice che l’unico vero amore della sua vita è stato il primo marito.
Le chiedo perché si fosse riposata e lei mi dice che pensava di essere innamorata, ma che poi si era subito
pentita.
Faccio un pensiero strano in merito… un pensiero che non appartiene molto al mio modo di affrontare le
cose: mi chiedo perché Rosa sia così spaventata all’idea che il marito possa farsi del male, volontariamente
o involontariamente (mi racconta che pur non essendo più in grado, insiste nel voler guidare e nel voler fare
in modo autonomo cose pericolose). Lei non lo ama, ne è profondamente impaurita… allora perché questa
profonda paura che gli succeda qualcosa? perchè ho la sensazione che vi sia in lei l’urgenza di sapere che a
lui non capiti niente?
Sono interrogativi che lascio aperti. E intanto, capisco che sono di fronte ad una persona che ha vissuto più
situazioni traumatiche e che queste si intrecciano tra di loro nel malessere che ora manifesta.
Riprendo il tapping focalizzato sul prendere le distanze dall’idea di essere cattiva, riattribuendo quel giudizio
al marito e poi un giro per rilassarla.
Ci rivediamo la settimana successiva.
Le chiedo come sia andata la settimana e mi dice che è andata bene ma che ha ancora tanto su cui lavorare,
perché non vuole più stare male.
Vorrei farla tornare su Enrico e sulla cattiveria di cui lui la accusa, ma lei in modo molto perentorio mi dice
che non vuole parlare di lui, che non le fanno più male le sue accuse e che lui non merita la sua attenzione:
lei è sempre e solo stata innamorata del suo primo marito. Passaggio che fa in modo quasi puerile ed
immaturo, in pieno contrasto con l’iper-responsabilizzazione manifestata precedentemente. Uno stile di
pensiero polarizzato spesso caratterizzante le persone che hanno vissuto traumi precoci che coinvolgono le
figure di attaccamento. Lascio che anche questo campanello si attivi in me, affinché mi trovi aperta ad
accoglierne il significato a suo tempo.
In molti approcci si ritiene importante e utile lavorare su un problema per volta e passare al problema
successivo solo alla risoluzione del precedente.
Le strutture, o trame, sulle quali ciascuno di noi tesse i propri comportamenti colorandoli con i conseguenti
sentimenti ed emozioni, sono però spesso molto intersecati tra loro e credo che talvolta la possibilità di
comprendere quale sia l’intreccio e dove porti, possa essere d’aiuto.
Quindi io tendo a permettere alla persona di usare una sorta di libertà di elaborazione, raccogliendo ciò che
di volta in volta porta, limitandomi a mantenere il filo della elaborazione, per riportare la persona sul
percorso principale quando capisco che stiamo deviando troppo dal nostro obiettivo.
Lascio quindi che Rosa mi parli del primo marito, che definisce il grande amore della sua vita.
Mi racconta che quando lo sposò erano giovani, poveri ma felici. Molto innamorati.
Dopo il matrimonio, lei aveva vissuto alcuni anni in cui soffriva e si sentiva in colpa perché non arrivavano
figli, mentre lui la consolava e la sosteneva, dicendole che sarebbe andato tutto bene.
Così fu: ebbero due figli maschi. La loro era una vita umile ma tranquilla.
Improvvisamente, il marito cominciò a stare male e gli venne diagnosticato un tumore. Parliamo di anni
lontani, parliamo ormai di trentacinque anni fa. Tempo in cui i tumori erano vissuti come una sorta di
punizione divina, creando terrore e vergogna. Lo stigma della malattia oncologica, di questa condanna che
faceva sentire il malato un morto vivente. Il terrore di questa condizione che era una condanna senza
appello, di una morte tra dolori e atrocità. Rosa nel raccontare della malattia non ha molte parole. Nella sua
semplicità, non sa neppure dirmi che tipo di tumore abbia colpito il giovane uomo. Mi dice solo che lui
soffriva molto e che i medici mettevano la giovane coppia davanti a scelte terapeutiche che loro non erano
in grado di comprendere e giudicare, figuriamoci di compiere.
I medici chiedevano, nel racconto di Rosa, che loro scegliessero tra cure diverse: una farmacologica e una
chirurgica. Lei sa solo riportare, soprattutto attraverso gli occhi come sempre, il grande disorientamento e il
terrore di dover prendere una decisione senza capire quali fossero le possibili implicazioni di queste
alternative. Specchio odierno della Rosa di allora: congelata, immobilizzata dalla paura, la scelta fu quella di
non affrontare l’intervento chirurgico.
Mentre facciamo un giro di EFT-I centrato sull’accettazione di aver comunque fatto una scelta di amore e di
dedizione, Rosa piange. È discinetica, ma senza la scompostezza degli altri giorni. Le sue sono più discinesie
che ricordano un corpo che si contorce attorno ad un dolore che non sa gestire.
Nella elaborazione la donna si narra giovane moglie, giovane madre che si rende conto del futuro che le si
prospetta davanti. Prima l’agonia della malattia, lunga e foriera di dolore fisico e psichico, poi la morte,
assordante nella sua definitività e severa irreversibilità.
Dei giorni della morte non ricorda molto. Soltanto il cimitero… mentre braccia senza volto e voci senza vero
calore la avvolgono, suo malgrado, allontanandola dall’unico suo interesse: i suoi figli, quei bambini troppo
piccoli per capire la vastità di quel che sta loro accadendo. Non è solo che hanno perso il loro papà. È anche
che dipenderanno da lei soltanto… lei, cattiva, lei che non è capace.
È molto coinvolta in questa elaborazione e risuona in me questo riemergere del vissuto di cattiveria in
relazione a questo evento: ora non è il momento di portare l’elaborazione lì, ma ne dovrò aver memoria.
L’elaborazione va avanti e si concentra sul suo dolore. Sulla tristezza infinita di questa giovane donna che ha
perso il compagno con cui aveva progettato la vita. Prevale il dolore di chi subisce la violenza di vedersi
strappare l’amore della propria vita, senza possibilità alcuna di opporvisi. Ora prevale l’atavico interrogativo
del perché tutto ciò possa accadere.
Facciamo due giri di EFT-I e inserisco la tecnica del 9G per darle più sostegno.
Dopo poco l’elaborazione del suo dolore cambia. Rosa mi guarda e mi dice: “ci siamo amati e abbiamo
costruito una bella famiglia. Abbiamo realizzato il nostro sogno. Non avrei voluto realizzarlo con nessun
altro. Peccato non averlo proseguito insieme, ma abbiamo vissuto insieme tutto fino alla fine”.
Il dolore e la tristezza vanno a zero.
Sono contenta di questa elaborazione, ma la soddisfazione dura poco.
Rosa ricomincia ad essere irrequieta e discinetica, lo sguardo si ingrigisce, perdendo il contatto con il qui e
ora. Le chiedo di dirmi cosa sta rievocando.
“I miei bambini. Poveri i miei bambini”. Le restituisco che i suoi bambini hanno perso il loro papà e questo è
molto triste. Tuttavia hanno lei: le verbalizzo che lei rappresenta la continuità anche dell’amore del loro
padre che è mancato. Lei ha una risposta pronta: “l’amore si, non è mai stato un problema. Ma io sono sola
e non sono capace di aiutarli”. Inizia a tremare: non sono discinesie questa volta. È tremore, un tremore
diffuso in tutto il corpo. Rosa ha gli occhi chiusi. Stiamo facendo un giro di EFT-i sull’accettazione di sé, nel
fare del proprio meglio per i figli anche da vedova. Le chiedo di dirmi cosa sta vivendo. Mi risponde con una
voce distorta, in una sorta di fanciullesco pianto lamentoso. Racconta: “è freddo fuori, piove, e c’è tanto
vento. Siamo a tavola e ci mettiamo vicini vicini. La porta sbatte per il vento, ho paura che si spalanchi.
Siamo soli in questa cascina. Non c’è nessuno e se la porta non tiene io non saprò cosa fare. Non voglio che i
bambini vedano che ho paura, altrimenti si spaventano di più, ma io sono terrorizzata. Aiuto! non posso
difenderli. Non sono capace. Non sarò capace di aiutarli. Sono sola. Aiuto”. E’ nuovamente dissociata, in una
regressione a trent’anni fa. Finisco io su di lei il giro di EFT-i e uso il 9G. Mentre segue con gli occhi le mie
dita, continua ad emettere un gemito e ogni tanto dice Aiuto. Quando arrivo a chiederle di dirmi di che
colore è il sole, lei mi guarda senza vedermi. Allora, decido di usare una strategia più forte, le dico che le
darò un bicchiere d’acqua e per questo le chiedo di prendere in mano una brocca colma. Dover gestire nel
qui e ora il peso della brocca senza farla cadere ha il potere di interrompere la dissociazione. Le chiedo di
concentrarsi per versare l’acqua nel bicchiere e le chiedo ora di dirmi di che colore è il sole e quante rondini
in cielo continuano a volare se tre delle dieci che ci sono si posano sul filo della luce.
Lei beve un sorso di acqua, poi mi guarda, interrogativa, sorride e mi dice: “Grazie. Mi sembrava di essere la.
È stato molto brutto. Come hai fatto?”
“Lo hai fatto tu, Rosa. Io ti ho solo aiutato a tornare qui con me, lasciando il ricordo alla tua memoria”
Mi racconta che quello vissuto in studio era un ricordo vero. Qualche giorno dopo il funerale la donna si era
ritrovata da sola con i suoi figli mentre fuori imperversava il brutto tempo. Mi dice che in quel momento ha
avuto la consapevolezza della sua solitudine e si è sentita piccola e incapace nei confronti del mondo. Mi
spiega che quella sera aveva ricordato con paura il momento del cimitero, quando cercava i suoi figli e non li
vedeva perché tutti si accalcavano attorno a lei: tutte persone che erano lì per finta, diceva lei: non c’erano
state prima e non ci sarebbero state dopo, se non per mettermi in difficoltà.
Non capisco fino in fondo quest’ultima affermazione “per mettermi in difficoltà”, ma la raccolgo
silenziosamente.
Mi concentro sulla sua paura della solitudine e dell’incapacità di crescere da sola i figli.
La paura è molto alta, Rosa la quantifica di 9/10.
Le restituisco che di fatto i suoi figli sono cresciuti, sono brave persone e stanno bene e facciamo alcuni giri
di EFT-i focalizzandoci sul riconoscersi una brava madre, nonostante le difficoltà di essersi ritrovata vedova”.
Alla fine sta bene e mi dice: “si, anche i miei figli mi dicono sempre che sono stata una buona mamma e lo
so perché loro sono proprio bravi ed hanno delle belle famiglie”.
Anche questa frase “anche loro mi dicono sempre che sono una brava mamma” mi interroga, ma non sono
nella possibilità di proseguire perché il nostro tempo si è concluso.
Facciamo quindi un giro di EFT-i in cui la faccio concentrare sul respiro e sul rilassamento.
La rivedo per due settimane, nelle quali però il lavoro si risposta sull’attuale marito, perchè nel primo dei
due incontri, mi aveva riferito che il marito aveva avuto un’altra delle sue crisi di aggressività, conclusasi con
lui che partiva in auto gridandole di volersi sfracellare contro un albero.
Rosa mi spiega un po’ di cose, fino ad arrivare ad un passaggio importante.
Mi aveva spiegato di averlo conosciuto dopo pochi anni dalla morte del primo marito. Era più grande di lei.
A lei piaceva perché la faceva ridere e si sentiva importante perché lui la corteggiava.
Lei inizialmente non pensava che lui potesse essere tanto interessato a lei da sposarla. Anche questa volta
mi fa pensare: non parla di quello che lei pensava o voleva ma di quello che pensava e voleva lui. “A lui non
importava che ci fossero i bambini. Anzi era sempre gentile con loro e loro erano contenti quando c’era lui”.
E qui torniamo a Rosa. Mi dice “Abbiamo deciso di sposarci. A lui non importava fare quel passo: fosse
dipeso da lui, non si sarebbe sposato. Ha accettato perché io glielo chiedevo. Io volevo sposarmi, perché
avevo paura che la gente parlasse male di me e mi considerasse “una poco di buono”.
Lui ha accettato di sposarmi, anzi aveva accettato anche di fare da padre ai miei figli. Poi però, subito dopo il
matrimonio, è cambiato. È diventato severo, quasi cattivo… e da lì è cambiato tutto.
Di nuovo, da quella poltrona che per lei ormai è come una macchina del tempo, mi abbandona e se ne va.
Sono sempre i suoi occhi ingrigiti e il suo corpo che diventa quello di una bambola di pezza a raccontare che
Rosa è lontana, nel suo mondo fatto di incubi e paure.
“Lo picchia, mi dice, È piccolo e lo picchia con il bastone”.
“Chi sta picchiando chi, Rosa”, chiedo io.
“Enrico, Enrico picchia con il bastone Marco. Siamo in montagna, a fare una camminata. Marco continua a
lamentarsi, dicendo che è stanco e che si vuole fermare. Enrico lo sgrida dicendo brutte parole. Io rimango
male perché bestemmia e dice cose brutte che prima non diceva. Ad un certo punto, Marco si ferma e
piangendo dice di non voler continuare, lui si arrabbia e lo picchia con il bastone. Io mi metto a gridare, ho
paura. Gli dico che Marco ora riprenderà a camminare, che è solo un po’ stanco, che la camminata è
bellissima e che anche i ragazzi alla fine saranno contenti”.
Questo mi stupisce un po’… da madre, penso che se vedessi qualcuno picchiare con un bastone i miei figli,
mi arrabbierei tantissimo. Lei, certo, ne prende le difese, ma con un atteggiamento remissivo nei confronti
di un uomo che, certo, è suo marito ma che non è il padre dei figli. Perché, mi chiedo? Cosa la impauriva di
lui in quel momento? Lei non aveva vissuto momenti violenti con il primo marito e nemmeno con Enrico.
Anzi, si racconta come una donna amata da entrambi. Anche quella storia, come la prima, era stata, fino a
quel momento, basata sul bene e sul rispetto reciproci.
Le chiedo: “Rosa non ti eri mai resa conto che Enrico fosse un po’ rabbioso e violento di temperamento?”
Lei è lontana, neanche apre gli occhi che si sono serrati quasi a “non guardare” la scena del figlioletto
bastonato, e mi risponde: “non era così, non era così, non lo avrei mai sposato. Era buono. Ci voleva bene. È
diventato così per colpa mia. Io sono cattiva. Io faccio diventare cattivi tutti”.
Allora le faccio la domanda diretta: “perché tu fai diventare tutti cattivi?”
“Perché io sono cattiva” Si agita sulla poltrona “Sono cattiva, cattiva e rovino tutto”.
Faccio un giro di EFT-i chiedendole di ascoltare e ripetere dentro di se quello che le suggerisco, facendole
focalizzare che la severità del marito era una scelta di lui e di cui lui era responsabile e non una conseguenza
di una colpa di Rosa”.
L’elaborazione richiede molti giri ed alla fine uso il 9G e poi faccio un ultimo giro di tapping focalizzandomi
su respiro e rilassamento.
Alla fine se ne va tranquilla ma l’elaborazione non è conclusa.
La settimana dopo, quando arriva da me è trafelata.
Mi dice che il giorno prima ha incontrato una parente del suo primo marito, che, prosegue nel racconto,
come sempre le ha negato il saluto ed anzi borbottando ha cambiato strada per evitarla. Mi spiega che per
lei è sempre molto penoso incontrare i suoi ex familiari perché tutti loro sono scortesi con lei, in quanto la
incolpano per la morte del loro congiunto.
Le chiedo di spiegarmi meglio. Intanto però l’agitazione ha cominciato a far capolino… rossore, sudorazione,
discinesie. Riprende con il tema della sua cattiveria e della sua incapacità.
Inizio un giro di EFT-i chiedendole di concentrarsi sull’immagine del giorno precedente: la parente del
marito defunto che la evita e la disistima. Le chiedo di parlarmi di quell’immagine.
Lei inizia a spiegare che quando il marito ricevette la diagnosi, i medici li misero di fronte anche ad un’atra
scelta: dovevano decidere se curarsi con le terapie già in uso o se accettare una cura sperimentale.
Anche questa volta, Rosa non riesce a farmi capire molto del racconto di quando i medici proponevano. Mi
arriva soltanto che ad essere confusa, disorientata e del tutto inconsapevole di ciò che le viene chiesto di
scegliere è la Rosa, giovane sposa e giovane madre.
D’un tratto, nel proseguo del giro di tapping accade una cosa inattesa.
Io le formulo la frase “Anche se non sapevo cosa fosse giusto scegliere e anche se la responsabilità di quel
momento è un macigno che ancora opprime il mio petto (Rosa mi aveva detto che parlare di questi temi le
faceva sentire un macigno nel petto, come accadeva ogni volta che ricordava quei momenti), so di aver fatto
ogni cosa con un grande amore per mio marito e per i miei figli e per questo mi accetto e mi amo
completamente”
Questo equivale a far scattare in lei un pensiero. Apre gli occhi e li punta nei miei. Sono occhi pieni di
lucidità e di rabbia. Mi dice: “Si infatti, ho sempre fatto tutto con grande amore. Perché io lo amavo, ma lui
non amava me”. Sento dentro di me scattare un Alert. Questa sua frase infatti, così lontana da tutte le
asserzioni precedenti, mi stupisce: apre a qualcosa di nuovo e inatteso. La esorto a continuare: “parlarmi di
lui che non ti ama, Rosa”. “Non mi amava, non mi amava perché mi lasciava sola. Lui non decideva. Lui
diceva che non poteva decidere perché stava male e che dovevo decidere io, ma io… io cosa potevo
decidere? Io non potevo decidere. Io non capivo, non sapevo cosa sarebbe stato giusto decidere. Lui aveva
paura e stava male. Io ero sola: anche io avevo paura e anche io stavo male, ma non potevo dirlo”. “Lo
capisco, Rosa”. “Però nessuno mi capiva allora. Alla fine tutti mi hanno incolpato. Alla fine è stata colpa mia
se è morto. Tutta la colpa è ricaduta su di me. Tutti mi hanno detto di non aver fatto abbastanza”.
In quel momento ho realizzato perché Rosa avesse così paura che potesse capitare qualcosa di brutto a
Enrico, l’attuale marito: lui è una persona ormai incapace di badare a sé stesso e che quindi deve essere
seguito. Enrico deve essere seguito da Rosa, ovviamente. Quindi, Rosa rivive con Enrico il senso di
responsabilità che aveva vissuto con il primo marito e vive la paura che, qualora gli capitasse qualcosa, di
nuovo si sentirebbe messa alla gogna come colei che non fa abbastanza, rivivendo lo stesso incubo di allora,
alimentando la sua idea di persona cattiva.
D’altro canto, capisco che quel moto di rabbia e di rancore verso il primo marito in realtà è figlio di quanto
prova per Enrico e che ora attribuisce al marito defunto, per sovrapposizione delle due situazioni.
Allora le chiedo di riportare l’attenzione su quanto mi aveva detto poco prima e nel giro inserisco questa
frase: “anche se mio marito in quel momento di estrema fragilità, di fronte alla paura della morte, ha
chiesto a me di decidere per lui e anche se questo mi fa sentire il peso grave della responsabilità, sposto la
mia attenzione sulla fiducia e la stima che lui aveva per me”. Rosa mi segue, sottovoce. Proseguo: “anche se
per me non è stato semplice, comprendo e accetto che lui abbia fatto la scelta che poteva fare: affidarsi a
me, perché mi vedeva come la parte migliore e più importante della sua vita”.
Rosa mi interrompe e mi guarda indagatoria: “Tu pensi questo? Perché?”. “Questo, rispondo io, è quello che
mi arriva dal raccontato che mi hai fatto di voi. Mi hai raccontato di due giovani che si amavano e che nella
loro semplicità vivevano sereni e trovavano nella famiglia costruita insieme la ragione più importante della
loro vita. Tu ti fidavi di lui?”. “Si molto”. “E pensi che lui si fidasse di te?”. “Penso di si. Era quello che mi
diceva”. “E non aveva motivo di dirti una menzogna. Quindi forse quella richiesta non era un gesto di
egoistico abbandono, ma un gesto di estrema fiducia. Come a dirti: di fronte a questa malattia così grave, io
mi affido a te perchè ti amo e so che tu ami me”.
Rosa mi guarda. Gli occhi si riempiono di lacrime e dice: “non avevo mai pensato a questa cosa… eppure ora
che la dici sono sicura che sia così”. “Io te la sto restituendo, ma sei tu ad avermi portato a pensare che
questa possa essere la chiave di lettura di quel che è accaduto. Io non ero là, ma tu mi hai dato degli
elementi che mi hanno fatto pensare questo e che, invece, stridono tantissimo con l’idea di lui che di punto
in bianco fosse diventato egoista e ti avesse abbandonata. Il seme di questa verità era dentro di te, solo che
soffrivi troppo per poterlo far germogliare”.
“Sono tanto felice perché ora lo posso perdonare. Mi sento così leggera!”.
Finiamo il giro di EFT-i focalizzandoci sull’amore e la fiducia che Rosa merita di dare a sé stessa proprio come
il marito la amava e si fidava di lei.
Finiamo l’elaborazione e il sud va a zero.
La settimana dopo, quando arriva da me, mi dice che sta molto meglio, che sente meno ansia e che tuttavia,
capisce che ancora qualcosa in fondo allo stomaco pesa e non le permette di stare completamente a suo
agio con sé stessa.
Le chiedo come sia andata la settimana con Enrico e lei mi dice: “Ah, non mi interessa più quello che fa. Io
gli ho detto che lo aiuto e che quando vuole fare una cosa pericolosa, gli consiglio di non farla… poi faccia
quel che vuole e se gli succedesse qualcosa sarà solo colpa sua. Certo mi preoccupa sempre quando va via
in macchina. Però io non posso cambiare le cose. Rimanere a casa a disperarmi per la paura non cambia
niente e cercare di fermarlo lo rende solo più cattivo con me. Spero non gli succeda niente. Però questa
settimana sono andata anche a bere il caffè da una mia amica che mi invita sempre e io non vado mai”.
Sono molto soddisfatta di questa evoluzione.
Lavoriamo un po’ su questo peso che sente sullo stomaco, ma non riusciamo a dargli un’identità e, d’altra
parte, con i giri di EFT-i il peso “cambia posizione” salendo alla gola per poi scendere nuovamente allo
stomaco, ma senza ridursi.
Alla fine della seduta, mi guarda con occhi tra il questuante e il preoccupato: “Ci vediamo ancora, vero?
Perché io capisco che non è ancora tutto”. “Certo Rosa, ci vedremo ancora, fintantochè non starai bene”.
Trascorrono così altre due sedute, in cui rimaniamo focalizzate sul peso nello stomaco e sulla possibilità di
amarsi ed accettarsi: Rosa continua a riferire di stare molto meglio ma non del tutto.
Mi spiega che ora non sente più ansia, non sente più l’angoscia di stare vicino a Enrico, che anzi ha
cominciato anche a farle un po’ compassione. Dice anche di aver incontrato nuovamente la parente del
marito defunto e di non aver provato vergogna, né di essere stata male. Dice che le dispiace di non avere
dei buoni rapporti con loro, ma che ormai dopo tutti questi anni non vuole provare a cambiare le cose e che
sta bene così.
Eppure, mi spiega a distanza di alcune sedute. “Eppure è come se dentro qualcosa continuasse a dirmi che
sono una brutta persona, che sono una persona cattiva”.
“Parlami di questa cattiveria, Rosa. Riesci a ricordare quando hai cominciato ad avere questa
consapevolezza di essere cattiva?”
“Non saprei. Non mi viene in mente un momento. Mi ricordo che quando non riuscivo a rimanere incinta
del mio primo figlio, pensavo sempre che probabilmente io fossi troppo cattiva per meritare di diventare
madre”
“Sai Rosa, se di fronte all’evidenza di non riuscire ad avere un figlio, tu pensavi di non meritarlo perché eri
cattiva, allora significa che questo pensiero era già dentro di te”.
“Si infatti, lo era già. Penso di averlo avuto da sempre. Ho sempre pensato di esserlo”
“Riesci a ricordare se a casa o a scuola o tra i tuoi amici qualcuno ti facesse pensare questo?”
“No, nessuno, non che io ricordi. A casa c’erano la mamma e il nonno, che mi hanno sempre voluto bene.
Nessuno mi diceva queste brutte cose. Le pensavo io”.
Le propongo di fare un giro di EFT-i in cui concentrare l’attenzione sullo stomaco ed inseguire il filo rosso del
pensiero di essere cattiva, riavvolgendo la memoria indietro nel tempo.
Ad un certo punto ripartono le discinesie, Rosa si agita, gli occhi si stringono e Rosa piange.
“Cosa stai vedendo nei tuoi ricordi Rosa?”
Rosa è tornata una bambina di 4 anni, nella umile casetta dove vive con la madre e il nonno.
Sono a tavola, in una sera come tante. La mamma come tante altre volte ha preparato la minestra… ma la
piccola e dolce Rosa, quella sera non ha voglia di mangiare la minestra. Il proseguo della storia già lo
conosciamo.
È stato sufficiente esprimersi, forse per la prima volta, rispetto al puerile desiderio di non mangiare una
minestra… per lasciare indelebile per settant’anni l’idea di essere cattiva.
Sono sufficienti alcuni giri di EFT-i centrati sul fatto che se anche il nonno aveva avuto una reazione
esagerata quella sera, le aveva sempre dimostrato amore e dedizione e che lei poteva accogliere quello del
nonno come il suo sbaglio di una sera, lasciandosi quella infelice frase di sessant’anni prima a quel giorno.
Panta rei… l’errore del nonno, per decenni scambiato per acqua del fiume di Siddharta, diventa ciò che da
sempre sarebbe dovuto essere: un ramo secco dentro l’acqua, che entrato per caso nel fiume, anziché
essere portato via dalla corrente, rimane incastrato in un punto… facendo sì che ogni altra acqua, ogni
nuova acqua lo incontri e ne venga lacerata nel suo scorrere.
L’EFT-i permette anche questo: ripulire il nostro fiume, rimuovendo ciò che in esso non ha il carattere della
“perpetua immobilità nel continuo divenire”, che è ciò ci determina come persone nello scorrere della
nostra vita. Ripulire in nostro fiume significa liberare la nostra acqua da ciò che per un inceppo, per un
errore è stato scambiato per identità… riportandolo a ciò che è: pura occasione, evento irripetibile e
irripetuto.
La storia di Rosa mi ha molto colpito.
Alla luce di quanto è emerso, nel corso della terapia, è difficile capire quanto la sua vita e gli eventi concreti
che l’hanno caratterizzata siano stati influenzati da questa memoria traumatica incastonata nella coscienza.
Rosa è stata una buona figlia e nipote e racconta di avere “sentito” l’affetto sincero, per quanto rude, della
madre e del nonno.
Rosa è stata una buona madre: i figli le sono molto affezionati e le sono grati per quello che lei ha fatto per
loro.
Rosa è stata una buona moglie, nonostante le difficoltà della vita matrimoniale e relazionale.
Ma Rosa non è stata una buona compagna di viaggio di sé stessa… quel ramo su cui la sua acqua si è
costantemente lacerata, le ha fatto vivere un costante disagio ed una costante insicurezza.
Questo mi fa pensare a quanto sia profondamente vero il fatto che l’uomo è un animale sociale.
Credo che dentro questo semplice enunciato ci sia una potenza incredibilmente profonda, che tante, forse
troppe volte, dimentichiamo. Il nostro organismo, in ciascuna delle sue parti, è in perpetuo dialogo con
l’ambiente. Siamo organismi permeabili, in un continuum gestaltico: assorbiamo dall’ambiente e rilasciamo
nell’ambiente, nel costante obiettivo di mantenere il giusto equilibrio interno, rispetto al mondo che ci
circonda.
La natura di ciò che assorbiamo e ciò che rilasciamo è molto più vasta ed articolata di ciò che siamo abituati
a pensare.
La scienza ci insegna che le nostre cellule sono sistemi aperti in continuo scambio con l’esterno e che il
nostro corpo ha continui scambi con l’ambiente (il ciclo della respirazione, l’alimentazione ne sono i due
esempi più facili da concettualizzare). Se volessimo arrivare alla fisica quantica, la vita stessa esiste proprio
solo laddove vi sia un perpetuo scambio di pacchetti di energia.
Il movimento di energia è ciò che determina la vita, ciò che definisce il tempo e lo spazio.
Questa è la sostanziale legge che definisce tutto il resto.
Tutto il resto.
Non solo la nostra natura animale e pertanto organica, ma anche la nostra natura relazionale.
Le relazioni che intessiamo sono scambi costanti, equivalenti agli scambi quantici che hanno determinato il
nostro universo.
Ogni scambio è energia che passa da un corpo ad un altro.
Laddove un canale di energia si chiude, l’energia che cerca di fluire da esso si trasforma in calore bruciante,
provocando dolore e muovendo in modo disordinato altra energia.
Ed esattamente come nella fisica quantica, come nel fiume di Siddharta, laddove non vi è movimento non vi
è vita.
Dada
