EFT nell’ambito sportivo

EFT-i al Talent Keeper Toscana

Questa estate ho collaborato come Fisioterapista a Tirrenia al Talent Keeper Toscana, un Camp formativo di una settimana per ragazzi dai 9 ai 16 anni, che praticano calcio a diversi livelli.

In questo ambito ho avuto quindi l’occasione di portare e EFT-i  organizzando, insieme ai tecnici presenti, due incontri: il primo per il gruppo dei 60 ragazzi presenti; il secondo, più specifico, per una ventina di ragazzi più grandi, dai 14 ai 16 anni, con lo scopo di lavorare sulle tematiche riguardanti situazioni di allenamento.

Si è trattato quindi di presentare la tecnica in un contesto di energia alto, tra ondate di euforia e di stanchezza fisica. Avevo qualche dubbio riguardo l’attenzione che i ragazzi avrebbero potuto dedicarmi ma introducendo brevemente le metafore del semaforo e del computer si è creata in loro una certa curiosità.

Il semaforo

Ho spiegato che il nostro Sistema Nervoso Autonomo, cioè quella centralina che regola le nostre funzioni vitali, è come un semaforo che segnala con il verde il nostro livello di benessere nelle situazioni di coinvolgimento con gli altri, con il giallo l’allerta e la reazione combatti-fuggi, con il rosso i blocchi e le limitazioni che ci portano a rimanere immobilizzati con la paura. Questi diversi “segnali lampeggianti” si possono manifestare nel nostro sistema mente-corpo proprio quando siamo dentro un campo di calcio.

Con questa metafora nel nostro corpo il verde è rappresentato dal ramo ventrale del n vago – il giallo dal sistema simpatico – il rosso dal ramo dorsale del n vago. Noi viviamo le nostre esperienze nella vita con questi tre circuiti che nel nostro corpo, se ben funzionanti, lavorano in perfetta alternanza e sinergia.

Nello sport, ad esempio, abbiamo un circuito ibrido costituito dal n vago ventrale e il sistema simpatico, cioè competizione dentro le regole – mobilizzazione senza paura.

Quindi il nostro sistema nervoso autonomo è un regolatore di reazioni che una volta apprese possono diventare automatiche e che elaborate nel cervello determinano risposte che esprimiamo in schemi di comportamento , in scelte posturali e perfino in sintomi fisici.

Il “semaforo” è quindi l’indicatore di questo sistema di reazioni che possiamo aggiornare se diventano disturbanti, cioè se creano in noi dei disagi o dei blocchi che non ci permettono di esprimerci al meglio. Come aggiornare questo sistema?

Il computer

Immaginiamo di voler aggiornare il nostro pc. Dentro ci sono files obsoleti, a volte superflui a volte dannosi alla qualità di lavoro del nostro attuale sistema operativo. Quindi, pur essendo stati utili quando avevamo necessità diverse, ora sono da aggiornare se non addirittura da eliminare.

Questi files costituiscono nel nostro sistema mente-corpo l’insieme delle risposte che abbiamo utilizzato in determinate situazioni fin dalla nascita. Sono costituiti da emozioni, immagini, pensieri, ricordi, percezioni, coscienti o no, che in qualche modo ci sono state utili per superare momenti complicati e che ci hanno permesso di arrivare fino a qui, ma che possono essere inadeguate o limitanti rispetto alle nuove esperienze che siamo portati a fare nella vita.

Il lavoro costante di questi files/reazioni, se non adeguatamente ripuliti, può produrre una forte dispersione della nostra energia oppure l’impossibilità di utilizzarla e veicolarla verso in nostri obbiettivi.

Con EFT-i andiamo quindi a riequilibrare in modo cosciente il nostro sistema di energie, attraverso una comunicazione continua tra il corpo, che stimoliamo  picchiettando o massaggiando i punti connessi ai meridiani e la mente che, come un timone, si direziona e si focalizza sul problema che vogliamo superare.

Gruppo generale

Con il gruppo al gran completo abbiamo lavorato direttamente sul campo da calcio alla fine dell’allenamento. Dopo aver mostrato la tecnica e consigliato di individuare una zona fisica che ha dato problemi durante la giornata o una tensione in una zona del corpo, siamo partiti con dei giri di SET.  Mi sono ritrovato a guidare due giri consecutivi, vista l’atmosfera di attenzione e di silenzio che si era creata, evocando durante la sequenza (con un tempo più ampio tra un punto e l’altro) l’ascolto del respiro e le sensazioni della zona focalizzata. Erano già visibili i primi segnali di lavoro del corpo: sbadigli, occhi umidi, sospiri. Mi hanno sorpreso i più piccoli che picchiettavano sia a occhi aperti che a occhi chiusi con molta naturalezza. Le prime considerazioni dei ragazzi confermavano un abbassamento della tensione generale e chi ha focalizzato una zona  (tensione al collo, mal di testa, tensione ad una coscia, etc) ha sperimentato una significativa modificazione delle sensazioni.

Abbiamo poi proseguito con atri due giri sempre con modalità SET per poi dare spazio ad ulteriori considerazioni. Interessante il feedback di un ragazzo di 14 anni che ha detto di aver focalizzato la gamba che un anno prima aveva subito un brutto infortunio e di aver sentito emergere un ondata di rabbia legata all’immagine ancora presente di quel momento. Era un po’ scosso ma consapevole che aveva bisogno di prendersi cura, oltre che del pieno recupero fisico, anche di quell’emozione.

Abbiamo poi effettuato altri due giri “generativi” per liberare l’energia in eccesso e ripristinare un flusso corretto nella zona individuata.

Risultato: tanto rilassamento, rilasciamento di alcune zone di tensione, ed una generale atmosfera di calma che ha rinfrancato un po tutti, allenatori compresi. In generale una regolazione più vagotonica in contrapposizione ai picchi adrenalinici dell’allenamento.

Gruppo specifico

In questa sessione in aula con i più grandi, per la maggior parte portieri, l’obbiettivo era di lavorare su ciò che per i ragazzi è più difficoltoso gestire durante l’allenamento in relazione ad una situazione legata ad un esercizio tecnico. Successivamente volevamo testare sul campo l’efficacia del lavoro svolto.

Ho invitato i ragazzi a individuare una situazione di difficoltà che riscontrano maggiormente sul campo e di darle un voto da 0 a 10, cioè un valore che definisse il grado di rilevanza del problema.

Per qualcuno la situazione era il tuffarsi da un determinato lato, uscire in presa alta del pallone, il modo di occupare lo spazio nel campo, l’uscire sull’avversario o più in generale l’attitudine mentale all’allenamento.

La frase di preparazione utilizzata nel primo giro è stata di stile evocativo: “Anche se durante l’allenamento ho questo problema mi apro alla possibilità di dargli spazio e osservarlo”. Nella  sequenza, anche osservando alcuni segni non verbali dei ragazzi, abbiamo dato spazio a pensieri, emozioni, immagini legati alla situazione, sensazioni del corpo legate al gesto. Abbiamo effettuato subito un secondo giro per dare profondità alla situazione/problema e tutto ciò che “rappresenta per me”: – qual’è il pensiero ricorrente – quale emozione mi suscita – in quale parte del corpo divento teso quando lo focalizzo – da quale punto vista osservo questa situazione. Alcuni feedback sono stati la paura di sbagliare, la rabbia nel percepire i propri limiti, la paura del giudizio esterno, il vedersi come in un video dell’esecuzione del gesto tecnico, l’irrigidimento fisico pensando al problema.

Vista la prevalenza del riferimento alla paura evocata da questi primi giri, quello successivo lo abbiamo fatto inserendo nella preparazione il pensiero su qual’è la cosa peggiore che mi può succedere in questa situazione. La sequenza è stata volutamente lenta per far “bollire” ed emergere il legame con la paura più grande e durante la stimolazione dei i vari punti notavo il grosso lavoro del corpo, sbadigli e sospiri in abbondanza.

Nei feedback ricevuti c’era la sensazione che evocando la paura più grande si sia abbassato il potenziale di rilevanza della situazione stessa. Come se all’idea della paura non corrispondesse una conseguenza così diretta ad un effetto. E mediamente il livello di intensità 0/10 si era in generale abbassato. A parte per un ragazzo che sentiva aumentare la paura di abbandonare ciò che gli piace per la rabbia di non riuscire. Abbiamo poi lavorato cercando di bonificare il rimanente livello di intensità della situazione  chiedendo ai ragazzi di notare cosa ancora potesse determinare un problema al suo interno: un pensiero, una immagine, una sensazione fisica, un’emozione, ed abbiamo utilizzato la frase: “ Anche se ho ancora  ancora questa percezione del problema tutto questo può cambiare e lo osservo mentre cambia”. Nella sequenza abbiamo dato spazio all’apertura al cambiamento; scelgo di vederlo da un altro punto di vista, sono consapevole che posso lasciare andare ogni identificazione con questo problema, attingo alle risorse del mio corpo per creare un cambiamento, ripristino un corretto flusso di energia in tutte le parti del mio corpo, scelgo di esprimere questa energia nella situazione.

Alla fine del giro un ragazzo ha visto il problema dissolversi come in un video sempre più lontano, allontanandosi si è alleggerito da qualcosa che era racchiuso in una visione troppo stretta della situazione. Il ragazzo della sensazione della rabbia era consapevole dell’energia alla quale poteva attingere per progredire e non per bloccarsi, altri percepivano nel corpo un grande rilassamento fisico e mentale nei confronti del problema.

Ci siamo poi trasferiti sul campo è durante l’allenamento ho avuto modo di seguire l’andamento di alcuni di alcuni ragazzi e in base ai feedback che mi avevano dato e durante la sessione potevo chiedere loro come procedeva il lavoro sul campo.

Il ragazzo che aveva visto il problema dissolversi come in un immagine sempre più lontana era molto sorpreso della naturalezza con la quale affrontava l’allenamento in generale compresa la situazione tecnica più complicata. Alla fine del lavoro ho chiesto un feedback all’allenatore che mi ha confermato il suo ottimo rendimento durante il lavoro sul campo.

Quello dell’utilizzo della rabbia come energia si è sentito più libero di divertirsi e si è goduto molto di più l’allenamento e le eccellenti parate che stava facendo.

Un altro mi ha detto che la prossima volta non farà più EFT prima di entrare in campo perché era troppo rilassato e non si riconosceva più. In effetti aveva fallito alcuni esercizi di concentrazione riguardo alla capacità di occupare lo spazio in campo. Ma subito dopo ha eseguito alcune parate spettacolari, da applausi, che lo hanno entusiasmato. Allora, divertito, simulava i picchiettamenti facendomi il gesto del pollice in su. Il suo esempio è interessante: era diverso lo schema con il quale ha gestito l’approccio sul campo, “non era più lui”. A livello mentale doveva integrare questa nuova sensazione (essere rilassati ma concentrati) ma a livello di espressione del gesto era veramente più libero di esprimere tutte le sue qualità.

Conclusioni

Quello che ho potuto notare è che con i ragazzi è opportuno non dilatare troppo i tempi per mantenere un attenzione efficace, tenendo conto che in generale tendono a modificarsi più rapidamente. Rispetto al gruppo specifico di venti persone con almeno un quarto di loro sono riuscito a verificare le differenze nel loro allenamento prima e dopo il lavoro in sala, è il riscontro è stato decisamente positivo. Sia dal punto di vista pratico sia per gli spunti ricevuti per approfondire l’esperienza. Molto bella l’esperienza riferita da un allenatore che ha utilizzato un bel giro di EFT con i più piccoli alla fine dell’allenamento per lasciare andare le “scorie”, soprattutto relazionali, del lavoro sul campo.

Se con il gruppo in generale che includeva i ragazzini più piccoli il lavoro è stato  mirato sull’attenzione alle sensazioni fisiche. Con i più grandi ci siamo permessi di far emergere diversi aspetti di una situazione problematica verificando che già un lavoro di EFT-i di gruppo induce alcune significative modificazioni della situazione stessa.

Paolo Arnetoli   

Fisioterapista – Riequilibrio Sistemico del Corpo 

Master in EFT-i  – Master in Tecnica Bowen