Nella mia pratica clinica, lavoro in equipe con altri colleghi, soprattutto con neurologi.
Occupandomi spesso di disturbi neurodegenerativi del movimento, mi trovo ad accompagnare pazienti che palesano sindromi complesse, per le quali il beneficio che una certa tipologia di farmaci potrebbe garantire, deve essere “pesato” sullo squilibrio che gli stessi potrebbero avere su altri sintomi.
Quel giorno il collega mi chiamò, mentre visitava un paziente che, insieme, seguiamo da molto tempo, per una malattia non così frequente, ma molto insidiosa. Tra gli aspetti più invalidanti e pericolosi vi è una costellazione di sintomi autonomici, ovvero sintomi espressivi di una alterazione di alcuni centri cerebrali sottocorticali destinati alla gestione “non direttamente volontaria” delle funzioni vitali quali la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca e così via…
Avevo già lavorato con questo colto e brillante paziente e con la sua splendida moglie, qualche anno prima, per meglio gestire aspetti come l’accettazione della malattia e delle parziali, seppur sgradevoli, riduzioni di autonomia che questa generava.
Questa volta, tuttavia, la mia presenza era richiesta per ben altro e, quando il medico mi espresse, di fronte alla coppia, la situazione per cui mi interpellava, per un momento rimasi attonita. Il neurologo, infatti, mi spiegò che il paziente aveva da qualche tempo sviluppato delle allucinazioni sensoriali complesse, che riguardavano la bocca e il cavo orale. Dopo un momento di sconcerto, pensai che il collega mi volesse chiedere di fare un percorso educativo che
aiutasse la coppia ad accettare l’introduzione dell’antipsicotico nella terapia farmacologica in atto. Per mio modus operandi, tuttavia, feci un intervento molto generico e dissi rivolta alla coppia: “questi sintomi non sono così inusuali e devono sempre essere ben compresi e affrontati”, poi guardando il collega
chiesi: “Come pensi che potrei essere d’aiuto?”.
Lui mi guardò grave e mi disse in modo molto “tecnico”, per rendere meno comprensibile il suo ragionamento al paziente, che inserire una terapia farmacologica per le allucinazioni sarebbe stato estremamente pericoloso per il già fragile equilibrio dei sintomi autonomici, per i quali aveva disegnato una
terapia farmacologica estremamente articolata e veramente “ritagliata” sulle esigenze specifiche del paziente. Si chiedeva quindi se me la sentissi di lavorarci con la psicoterapia.
Lì per lì pensai di incenerirlo sul posto. Mi stava chiedendo di fare un intervento psicoterapeutico su un sintomo psicotico… ovvero di aprirmi alla probabilità elevatissima di fallire.
Poi pensai che mai me lo avrebbe chiesto se non lo avesse considerato comunque più sicuro dell’introduzione del farmaco.
Allora, sentendomi come l’acrobata che muove il primo passo sulla fune tirata da un capo all’altro del vuoto e che deve manifestare sicurezza e serenità, feci un grande sorriso verso la coppia e dissi: “certo che possiamo lavorare insieme su questa situazione!”
Poi, presi l’occasione di dover programmare i colloqui, mentre il medico proseguiva la visita, per portarmi la moglie nel mio studio.
Con lei feci un momento di disambiguazione che ritenevo fondamentale. Le spiegai che questo tipo di sintomi solitamente non sono oggetto di psicoterapia proprio perché basati su una distorsione dell’esame di realtà non criticata dalla persona. Le spiegai che la scelta del medico era dovuta al suo timore di alterare
l’equilibrio raggiunto, inserendo la terapia farmacologica, che invece avrebbe rappresentato la scelta più sicura per quello specifico sintomo. Infine, le dissi che mi sarei data il tempo massimo di due mesi: se non avessimo risolto o almeno gestito i sintomi entro quel tempo, avremmo fatto intervenire il medico con i farmaci adatti.
Lavorai con Rino (così chiamerò il paziente, pur essendo questo un nome di fantasia), abbinando tre differenti metodi: educazionale, training autogeno, ma soprattutto EFT-i.
Avevo lavorato con lui insegnandogli il TA nella prima terapia svolta insieme. In quel momento l’obiettivo principale era dargli uno strumento che potesse aiutarlo a minimizzare le alterazioni autonomiche dovute all’iperarousal che spesso lo caratterizzava quando doveva affrontare momenti importanti, con la paura che l’ipotensione gli desse problemi: una reazione anticipatoria che spesso creava un problema nel problema. Me ne avvalsi anche in questo momento, in quanto il paziente, come spesso accade, viveva con grande
ansia non tanto il fenomeno allucinatorio in se (che già era molto attivante), ma il non sentirsi creduto e autenticato dagli altri. Questo lo spaventava molto, lo umiliava e favoriva in lui una risposta talora aggressiva. Iniziai quindi il mio intervento autenticando completamente il suo vissuto, spiegandogli che non
sempre gli altri possono vedere e comprendere cosa accade dentro di noi e suggerendogli di usare il TA per tranquillizzarsi quando sentiva la sospettosità o il dissenso altrui.
Gli chiesi poi di raccontarmi bene quel che era accaduto negli ultimi tempi.
Partì dicendomi, imbarazzato e dispiaciuto, che aveva da poco rotto un’amicizia storica con il suo dentista: amico dai tempi del liceo, con cui viveva un rapporto che andava al di là delle sue esigenze odontoiatriche.
I fatti erano i seguenti. Un giorno Rino e la moglie erano sul traghetto a Venezia, in attesa che attraccasse al molo di destinazione. Una manovra poco delicata del conduttore aveva mandato a sbattere più di un passeggero e Rino aveva sbattuto il viso contro un palo. Niente di grave, anzi… una di quelle cose che si
dimenticano appena scesi sulla terra ferma, concentrandosi sulla nostalgica bellezza della città marinara. Qualche giorno dopo, Rino cominciò a sentire una strana sensazione in bocca. Quasi un sentore metallico. Nonostante i tentativi svariati, dal bere qualcosa al lavare i denti con dentifrici di diverse profumazioni, la sensazione non passava e diventava anzi sempre più invadente tra i percetti di Rino.
Un giorno a questa alterazione del gusto iniziò ad accompagnarsi anche la sensazione di avere una salivazione densa e filacciosa, che si riduceva un poco solo bevendo e mangiando per poi tornare esattamente come prima.
Infine, arrivò la progressiva sensazione della presenza di qualcosa di solido e ingombrante nella bocca e nella gola.
Nel trascorrere di questo tempo, dalla prima sensazione gustativa alla sensazione di avere qualcosa in bocca, Rino si recò due volte al Pronto Soccorso, dove vennero esclusi problemi di sorta (la seconda volta anche sottoponendolo a RX del capo e del collo), e dove gli suggerirono di andare a fare una visita odontoiatrica.
Lui allora si recò dall’amico che, visitandolo, escluse che egli avesse problemi ai denti e, per rasserenarlo, lo sottopose ad una seduta di igiene orale completa.
La situazione di Rino non migliorò nemmeno con questo trattamento e, anzi, egli cominciò ad essere irritato per il fatto che nessuno lo aiutava a capire e a risolvere il problema. Fu così che richiamò l’amico dentista che accettò di visitarlo di nuovo. Quando Rino gli disse, scocciato, che probabilmente la pulizia da lui applicata non era ben fatta, l’amico si risentì: in modo molto professionale, gli disse che si sbagliava ma che per correttezza, l’avrebbe comunque rifatta e poi gli disse di pur fare riferimento ad un altro dentista se non aveva più fiducia in lui.
Nel frattempo, queste sensazioni si strutturarono in vissuti al limite dell’esame di realtà: la salivazione filamentosa cominciò ad essere vissuta come la presenza di fili elettrici, la sensazione di corpi estranei cominciò ad essere vissuta come la presenza di chips e di conseguenza trovò spiegazione anche il gusto metallico. L’origine di tutto questo venne fatta risalire a quel banale e del tutto innocuo incidente in traghetto: Rino riteneva che in quel momento avesse sbattuto contro un pannello di controllo computerizzato e che parte del contenuto hardware fosse entrato nel suo cavo orale durante la collisione, riproponendosi costantemente nella sua bocca e infastidendolo. Quelle che erano probabilmente dispercezioni si erano così strutturati in una dissociazione psicotica che si alimentava di fenomeni allucinatori.
A tutti gli effetti, lui diceva che se sputava (cosa che ormai faceva costantemente) nel fazzoletto o in un lavandino era possibile vedere questi vari oggetti, nonostante la loro trasparenza: diceva di poterne vedere la tridimensionalità nonostante si dovesse avere un occhio attento.
Decisi di intervenire con EFT-i.
Il motivo di questa scelta non fu per nulla scontato.
Le dispercezioni, o alterazioni percettive, sono un fenomeno molto conosciuto nella Malattia di Parkinson e nei parkinsonsimi. Sono favorite da una progressiva riduzione dell’integrazione corticale degli input somatosensoriali e rappresentano spesso una problematica che in modo trasversale favorisce
l’aggravamento di molti sintomi motori e non motori.
Bisogna inoltre considerare che la cognitività nei pazienti con parkinsonismo spesso è ridotta. Nel caso di Rino, questa riduzione era tale da mantenere le sue performance nei limiti della normalità, ma il suo livello di funzionamento cognitivo non era certo quello di un tempo. Ancora, sappiamo come livelli elevati di ansia e/o emozionalità spiacevoli particolarmente accentuate possano avere un impatto anche sull’efficienza cognitiva.
Quello che mi colpiva di più in Rino, tuttavia, era che il passaggio da un fenomeno dispercettivo al fenomeno produttivo, rappresentato dalle allucinazioni, era stato determinato dal progressivo svilupparsi di una emozionalità spiacevole gradualmente favorita dalla mancanza di empatia e capacita’, da parte dei sanitari, di andare oltre alla mera necessita’ di etichettare un sintomo in una cornice diagnostica ed (eventualmente) terapeutica, autenticando un malessere/segno/sintomo per cercare di comprendere cosa
accade nell’individuo.
Questa mancanza di autenticazione e di riscontro aveva generato in Rino una incongruenza: la spiacevolezza emozionale generata dalle dispercezioni si era amplificata sulla base di quella mancata autenticazione, facendo “saltare” un passaggio fondamentale che e’ quello della attribuzione di significato… Rino aveva delle percezioni, che generavano delle sensazioni, che attivavano delle emozioni… ma non aveva e nessuno gli dava una cornice di significato che potesse darne conto. A questo punto il suo cervello aveva fatto quello che tutti i nostri cervelli fanno e che risponde alle leggi gestaltiche del completamento, della pregnanza e della continuita’… dando il significato che poteva attribuire sulla base delle sue conoscenza, esperienze e conseguenti inferenze… ecco cosi’ che la collisione di input che trovavano tutti origine nella corteccia cerebrale (quelli percettivi, quelli mnesici e quelli inferenziali), ciascuno attribuibile ad aree
anatomo-funzionali specifiche (la corteccia somato-sensoriale, la corteccia temporale, la corteccia dorso-laterale
prefrontale) generavano un vissuto “di significato”, seppur acriticamente aberrante.
Non voglio fare qui una lezione di anatomia funzionale… non è certo lo scopo di questo scritto… tuttavia sono convinta che capire alcuni aspetti di come funziona il nostro cervello possa aiutare moltissimo a meglio comprendere il concetto di energia e di come questa fluisca costantemente, talora in modo adeguato talora in modo disfunzionale. Ciò che accade dentro e fuori di noi viene vissuto ed elaborato dal nostro sistema nervoso, con gradi diversi di consapevolezza. Questa elaborazione costante non è svolta da sistemi chiusi e
rigidi ma da sistemi aperti che si basano sugli input che arrivano dalla periferia e dai costanti feedback provenienti da altri sistemi nervosi. Facciamo un esempio banale. In questo momento sto scrivendo dalla poppa di una barca a vela attraccata ad un molo, mentre la Bora arrabbia il mare della Croazia. Sapere di
essere qui, in questa situazione, fa sì che il mio cervello abbia un contesto interpretativo che da conto dei continui arrangiamenti che deve effettuare il mio sistema vestibolare, limitando la possibilità di sviluppare reazioni di allarme e di nausea. Questo ovviamente non significa che il sistema vestibolare sappia che sono in barca. Gli input vestibolari (ovvero gli indicatori che permettono di mantenerci in equilibrio, per intenderci) vengono integrati agli altri di natura bottom-up, come quelli propriocettivi e sensori-motori (ad esempio il sentire la muscolatura del corpo che si adatta in risposta agli input vestibolari per mantenere l’equilibrio) e visivi (il vedere l’ orizzonte fermo ma le altre barche attorno in continuo movimento oscillatorio). Questa integrazione avviene nella corteccia parietale e non in modo meramente “additivo”, bensì come integrazione dentro una cornice di significato che si costruisce grazie ai feedback top-down inviati dalla corteccia pre-frontale (la parte del cervello che sa di essere in barca). In questo modo, il mio sistema nervoso genera alcuni aspetti fondamentali dell’esperienza. Non solo la consapevolezza, appunto di
“essere in barca”, ma anche la predizione – il mio cervello “sa” che l’ambiente è in movimento – e, conseguentemente, la riduzione del conflitto sensoriale – ad esempio non sentirò la nausea o la sentirò meno. Ancora, potrò meglio modulare l’attenzione, decidendo quanta attenzione dare agli input vestibolari,
visivi o propriocettivi, per esempio, quando il beccheggiare della barca diventa troppo forte, potrei spostare l’attenzione dallo schermo del mio pc, all’orizzonte, per incrementare volontariamente il peso delle informazioni visive che inducono stabilità. D’altro canto il lobo prefrontale darà un input top-down differente a seconda dell’azione di altre parti del sistema nervoso: io amo il mare e mi sento a mio agio in barca e questo aiuta a sentirmi in una condizione piacevole e serena, anche se il mare è agitato. Questo dipende dal fatto che io ho sia memorie procedurali, contenute nei nuclei della base, di come si sta in barca, sia memorie autobiografiche contenute nei miei ippocampi, di momenti piacevoli relativi alla barca. L’attivazione, da parte del lobo frontale, delle mie memorie procedurali ed autobiografiche (necessarie alla gestione dei feedback da inviare in corteccia parietale per incorniciare le percezioni del momento), attivera’, in modo automatico, anche il mio sistema limbico che generera’ emozioni piacevoli, che favoriranno una risposta ventro-vagale, di calma e rilassamento. Probabilmente se io avessi avuto esperienza spiacevoli con la barca, ora mi sentirei a disagio o in allerta. Allo stesso modo, se ora la Bora dovesse ulteriormente peggiorare e magari le condizioni del mare dovessero farsi pericolose, l’integrazione parietale genererebbe un percetto troppo differente rispetto a quello contenuto nelle mie memorie, creando una condizione di allarme del sistema, che attiverebbe una risposta simpatica difensiva.
Questo è solo un piccolo esempio di come ogni momento della nostra vita generi un costante movimento di energia cerebrale. Questa energia, che è mossa dentro di noi sulla base di ciò che accade dentro e fuori di noi, viaggia lungo vie maestre (i nostri magazzini mnesici sono pur sempre nei lobi temporali, il sistema di integrazione delle nostre percezioni è pur sempre il lobo parietale e le nostre emozioni sono pur sempre elaborate nel sistema limbico), creando reti riverberanti, che a loro volta influenzano e modificano l’energia
(ad esempio del sistema nervoso autonomo) che circola nel resto del nostro organismo e che, ricorsivamente, va ad influenzare le vie energetiche cerebrali.
Nella periferia mio campo visivo, poco fa, ho visto qualcosa che si muoveva. Era un piccolo passerotto, forse alla ricerca di qualcosina da beccare. Ha attirato per qualche secondo la mia attenzione e ha fatto nascere in me un’emozione piacevole, mentre lo guardavo gironzolare. Probabilmente, se anziché un passerotto nella periferia del mio campo visivo avessi visto una vespa o un calabrone, ancor prima dell’attivazione dei circuiti occipitali prima (visione), dei lobi temporali poi (memoria semantica), dei lobi parietali (integrazione), si
sarebbero contemporaneamente attivati i circuiti sottocorticali dei collicoli e della sostanza periacqueduttale, che a sua volta avrebbe attivato la sostanza reticolare discendente e l’amigdala. Tutte queste attivazioni insieme (bottom up queste ultime, top down le prime) avrebbero generato una risposta di allarme, che avrebbe a sua volta attivato il sistema nervoso autonomo per arruolare nel mio organismo quelle energie eventualmente necessarie a farmi agire per “proteggermi” dal potenziale pericolo. Ben inteso… tutte le attivazioni cortico-sottocorticali descritte (quelle dei collicoli e così via) sono avvenute in me
anche poco fa, per il passerotto. Tuttavia, quelle sottocorticali sono state “inconsapevolmente” filtrate – e quindi “spente” dal sistema, proprio perché dall’alto, ovvero dalla corteccia, l’elaborazione temporale e parietale avevano dato un feedback tale da disattivare il possibile allarme, evitando quindi l’attivazione del sistema nervoso autonomo e risparmiando così energia.
Questo per spiegare come la nostra vita, la nostra esperienza è un continuo flusso di energia e questa energia si muove dentro di noi, rispetto a tre grandi ambiti: uno è strutturale ed ha a che fare con il nostro organismo e la sua anatomia funzionale (la nostra energia circola su strade ben definite, delle quali noi possiamo modificare i flussi ed influenzare i percorsi); il secondo è contestuale ed ha a che fare con tutto ciò che in un dato momento accade fuori da noi o anche dentro di noi ma a livello periferico, ovvero fuori dal nostro cervello; il terzo è funzionale ed è la parte più articolata, mutevole e preziosa. Questa terza parte è rappresentata da tutto ciò che il nostro organismo elabora, da tutto ciò che il nostro organismo ha elaborato in passato e da tutto ciò che il nostro organismo elabora come anticipazione del futuro.
Non è soltanto l’insieme dei nostri pensieri: quello rappresenta solo una piccola parte. È il bagaglio prezioso dei nostri vissuti, delle nostre conoscenze, dei nostri ricordi, che hanno una sede privilegiata nel cervello, ma che si esprimono anche nel nostro corpo.
È tutto ciò che è contenuto nei circuiti del nostro organismo, in parte come bagaglio epigenetico transgenerazionale, in parte come bagaglio socio-culturale transgenerazionale, in parte come storia personale, in cui si intrecciano il nostro temperamento e le sue espressioni, nella relazione con il se e nelle
relazioni interpersonali, in parte, come ricordi complessi (ovvero circuiti che elicitano immagini, pensieri, emozioni) della nostra vita passata.
Tutto questo per spiegare come il momento attuale che io ora sto vivendo, mentre scrivo queste righe, quello del momento in cui le rileggerò, quello in cui ciascuno che arriverà a leggere questo mio scritto sono e saranno l’espressione, solo parzialmente cosciente, di un complesso movimento di energia cerebrale e,
più in generale, organica, che è frutto di tutto quello che ho, seppure in modo ipersemplificato e grossolano, precedentemente descritto.
E, ancor più, l’inciso “solo parzialmente cosciente” è fondamentale. Noi siamo energia che si muove lungo le strade strutturali del nostro corpo e del nostro sistema nervoso… immersi in un mondo che si muove grazie
a tante altre forme di energia, più o meno senzienti. Tuttavia, in ciascun momento siamo consapevoli solo di una minima parte dell’energia che in noi e fuori di noi si sta muovendo.
Tantissimo di ciò che accade dentro e fuori di noi, sfugge alla nostra consapevolezza, anche allorchè modifica il flusso della nostra stessa energia… si pensi banalmente a come un virus che entra in contatto con
il nostro corpo, ci ammali… e noi ce ne rendiamo conto solo quando quella malattia si esprime con dei sintomi, non prima. Si pensi a come ciascuno di noi vive delle paure di cui non sa comprendere l’origine e che lo limitano laddove altri non hanno limitazione alcuna. Tutta questa dissertazione, mi serviva per far comprendere come spesso, alcuni sintomi che la persona lamenta, dovrebbero essere letti nel contesto più generale dell’individuo, come flusso di energia che scorre lungo canali numerosissimi ma solo parzialmente modificabili, creando dei networks energetici talora strutturalmente molto forti e/o temporalmente molto stabili.
Torniamo tuttavia a Rino. Quello che gli stava accadendo poteva benissimo essere interpretato solo come allucinazione complessa espressione non motoria di una malattia neurodegenerativa del movimento. Avremmo potuto fare una bella relazione in merito, inserire in terapia un antipsicotico e fine del sintomo.
Ovviamente, avremmo aperto la strada ad altri possibili problemi, sia diretti (nuove manifestazioni allucinatorie) sia indiretti (gli antipsicotici comportano una serie di possibili effetti collaterali che su un organismo già colpito dalla malattia, devono sempre essere considerati). Soprattutto avremmo avvallato
quella sensazione, ormai pervasiva, che le malattie organiche possano essere affrontate solo attraverso terapie e approcci esogeni, che la persona passivamente riceve. Diversamente, potevo affrontare la situazione tenendo conto di quanto descritto sopra, ovvero pensando a questo “sintomo” come espressione di un network in cui l’energia vibrava in modo del tutto disfunzionale.
Ritenevo quindi necessario modificare quel flusso di energia, andando a creare un cambiamento in un punto specifico dello stesso e che (come spesso accade) rappresenta il generatore piu’ consistente della stessa: l’emozione spiacevole.
In modo ericksoniano, partii accogliendo senza riserva alcuna il vissuto di Rino.
Gli dissi che non avevo problemi ad accogliere il fatto che lui “sentisse” dei chip e dei fili elettrici nella bocca.
Lavorare sull’emozione spesso deve prescindere l’aspetto razionale. Per l’uomo la razionalita’ e’ cosi’ prioritaria ed importante, che partire dal voler “chiarire” l’obiettivita’ della realta’ non fa che creare distanza (rompendo la compliance) ed aumentare l’energia emozionale spiacevole. Il mio progetto era invece quello di aiutarlo a gestire quella spiacevolezza, ottenendo così un incremento del senso di sicurezza, per poi avere uno spazio di lavoro sulla memoria dell’episodio del vaporetto e delle visite in PS e dall’amico dentista, per infine riformulare il significato delle percezioni.
Gli spiegai quindi che il nostro lavoro insieme si sarebbe avvalso di due momenti: nel primo avremmo usato l’EFT-i per ridurre le emozioni spiacevoli ed elaborare le memorie disfunzionali, nel secondo avremmo fatto un percorso educativo per capire bene quale fosse l’origine del problema.
Come già ho avuto modo di spiegare altrove, quando i pazienti che seguo hanno dei disturbi attentivi, preferisco (almeno inizialmente) applicare io stessa il tapping, per evitare che parte delle già ridotte risorse attenzionali si disperdano nel compito motorio.
Questo era, senza ombra di dubbio, uno di quei casi.
Iniziammo quindi la prima seduta EFT-i, che finalizzai proprio alla legittimazione del suo vissuto. L’obiettivo era quello di dissipare tutta l’emozionalità spiacevole che le restituzioni respingenti di medici e sanitari in generale avevano generato.
La frase di partenza del primo giro di i-EFT fu: “anche se il fatto che nessuno mi crede mi fa molto arrabbiare, io mi amo e mi accetto completamente e profondamente”. Durante i passaggi, lavorai proprio sulla rabbia e in lui si attivavano importanti risposte simpatiche: sudore, arrossamento del viso, aumento del temore e della rigidita’. Era molto contrariato e il fatto di aver posto l’accento proprio sulla rabbia, gli fece avere inizialmente delle espressioni in tal senso, in termini di razionalizzazione (“capisci che non e’ possibile che mi liquidino dicendo che sono io che mi invento tutto e che non c’e’ nulla? Se io dico loro che ci sono queste cose nella mia bocca, come si permettono di dirmi che non ci sono? Lo sapro’ ben io cosa ho e cosa non ho in bocca!”).
Dopo alcuni giri la rabbia si esaurí.
Elaborata e superata la rabbia, si slatentizzarono emozioni piu’ profonde e meno difese: paura e tristezza.
Rino riportava con queste parole la paura del suo vissuto: “non e’ che io non mi renda conto che e’ strano quello che mi capita. Non e’ che non capisco che agli altri sembri impossibile. Tuttavia cosa posso farci? E’ cosi’. E se nessuno mi crede e nessuno mi aiuta cosa succedera’? Per adesso riesco, muovendo la lingua, a fare un po’ di spazio e a deglutire, ma se ancora dovessero aumentare, non riuscirei piu’ a deglutire nulla. Sono avvilito e impaurito”.
Ora anche fisicamente la sensazione era cambiata. Rino sentiva la paura nella pancia e la tristezza nel cuore. Chips e fili elettrici erano sempre li’, presenti, fastidiosi… solo il tono emotivo e le sensazioni con cui si manifestavano erano cambiate
Decisi di lavorare sulla paura, iniziando dei giri che avevano come “frase conduttrice”: “anche se sentire i chips e i fili elettrici che invadono la mia bocca mi mette paura, mi fido della mia bocca e della mia gola che mi permettono sempre di parlare e di deglutire”.
Durante il giro “usai” la dispercezione chiedendogli di portare l’attenzione proprio a quello: “mi concentro su tutto cio’ che in questo momento sento che ingombra la mia bocca. Sento i chips tra i denti, sento i fili che scendono nella gola, sento il sapore metallico di tutte queste strutture”. Poi usai questa amplificazione
per supportare la consapevolezza che tutto questo non era pericoloso: “ed ora sento come la mia bocca e la mia gola sono completamente in grado di gestire tutto questo, perche’ io sto parlando, sto respirando.
Faccio crescere in me la consapevolezza che, nonostante la presenza di questo ingombro, io posso respirare, mangiare, bere, parlare come se la mia bocca fosse libera”
Anche in questo caso, amplificare il fenomeno produttivo potrebbe sembrare bizzarro, ma permette di mantenere il focus dell’autenticazione del vissuto. Se io avessi detto solo: porta la consapevolezza sul fatto che respiri normalmente, questo avrebbe potuto generare un allarme interno al paziente: “se togli
l’attenzione da quello che senti, potresti perdere il controllo”.
Questo passaggio rasserenó molto: “comunque, e’ proprio vero che il nostro corpo e’ capace di fare cose incredibili: e’ proprio vero che posso mangiare… certo nel frattempo ingoio anche tutte queste porcherie ma posso mangiare e bere in tranquillità”
Per ultimo lavorai, a quel punto velocemente, sulla tristezza. Questa si focalizzava sul fatto che il sintomo/problema (nonostante lui lo attribuisse all’incidente in vaporetto) era espressione della sua malattia. Decisi quindi di lavorarci con TAI, per “svuotarlo” dell’energia negativa legata a questo vissuto,
allontanando l’identificazione con l’immagine di se malato (lo facevo tornare sulla consapevolezza di non avere oggettivi problemi nel sentire la bocca piena di sgradevoli componenti di computer) e riducendo cosí ulteriormente l´attivazione emozionale.
Utilizzare TAI con questi pazienti non e´semplice. Anche in questo caso, infatti, le scarse risorse attentive fanno da padrone. Nuovamente possiamo agire noi terapeuti. Io lo faccio mettendo il palmo della mia mano sui singoli Dantian e facendo minime ma costanti variazioni di pressione per mantenere “attivi” degli input sensoriali, cosí da aumentare le afferenze corticali, aiutando in modo “bottom-up” il mantenimento dell´attenzione sul punto.
Cosí facendo conclusi la parte piú importante del lavoro: avevo modificato il network di attivazione energetica, liberandolo della parte emozionale.
Era dunque il momento di un intervento psicoeducativo. Innanzitutto gli chiesi come si spiegasse il fatto che lui stesso, aprendo la bocca davanti ad uno specchio o sputando in un fazzoletto o in un lavello, non “vedesse” i chips e i fili elettrici che ingombravano la sua bocca.
Stavo introducendo quindi un livello piú intellettuale, che ora era possibile affrontare, avendo silenziato le vie emozionali.
Timidamente mi rispose che anche lui se lo domandava e che l’unica risposta che si era dato era che queste componenti metalliche per qualche motivo fossero trasparenti. Risposi che, nonostante non fossi a conoscenza di metalli e, in generale, materiali per la componentistica informatica trasparenti, la sua era una ipotesi verosimile. In questo modo ho mantenuto l’autenticazione della sua esperienza, per mantenere basso il tono emozionale.
A quel punto provai a dirgli che, qualora si fosse trattato di componenti trasparenti, avrebbero comunque dovuto avere una struttura e quindi occupare un volume. Quindi lo invitai a sputare nel lavandino del mio studio e raccoglierli con le dita. Non riuscendo, mi disse che forse erano così scivolosi e viscosi che finivano nelle tubature prima che lui potesse raccoglierli. Allora gli chiesi di farlo nel fazzoletto, così che non potessero scivolare. Alla fine, dovette dirmi che effettivamente sembrava che queste componenti oltre che trasparenti, perdessero la loro struttura appena usciti dalla bocca. Questo, ovviamente, lo riattivò emozionalmente: “Allora sono io matto? Io non mi invento niente. Se ti dico che li sento è perché li sento veramente”.
Quindi, si stava attivando un nuovo network con una componente emozionale, che questa volta era però un network che coinvolgeva i circuiti della paura, che si legavano ad un diverso pensiero (si era spostato il focus dalla paura di poter soffocare alla paura di avere un problema psichiatrico).
Gli dissi innanzitutto che non avevo dubbi sul fatto che lui “li sentisse veramente”. Gli ho poi anticipato che avevo una possibile spiegazione di quel che stava accadendo, completamente diversa da quella psichiatrica e che, se me lo avesse consentito, avrei potuto condividerla con lui. Mi disse un si che prosodicamente evidenziava turbamento, proprio come lo evidenziava la sua mimica.
Per abbattere sul nascere questo, con dei giri di EFT-i, che partivano da questa asserzione: “anche se tutto questo mi spaventa, accolgo con grande rispetto l’esperienza che sto vivendo e mi apro alla possibilità di
comprenderla in profondità, fidandomi di tutte le mie capacita´”. Come potete vedere, qui ci sono tanti diversi punti, che ho poi affrontato, uno per uno nei vari passaggi, invertendone l’ordine di elaborazione: sono partita dall’incrementare la fiducia nelle proprie capacità, per poi accogliere l’esperienza vissuta, senza più autenticarla, solo accettandola: accogliere l’esperienza senza criticarla diventa il necessario passaggio per riformularne l’interpretazione (grazie alle risorse attivate con il lavoro sulla fiducia in sé). Questi due passaggi permettono così di lasciar andare la paura (che in questo caso nasceva appunto dal sentirsi insicuro di sé).
A questo punto, gli spiegai i concetti anche qui precedentemente esposti, relativi a come la nostra corteccia elabori gli input sensoriali, collocandoli in un contesto – parzialmente inferenziale – di significato, che l’esperienza interna ed esterna è la risultante di questa elaborazione e che il cervello anche laddove questa non presenti dati “completi” e/o inequivocabili”, segue principi di completamento, pregnanza e continuità nell’elaborarla.
Gli feci notare come lui avesse comunque dei vuoti interpretativi: la trasparenza delle componenti, la loro perdita di consistenza non appena uscivano dalla bocca… erano condizioni difficili da considerare verosimili: queste erano la indiretta dimostrazione di quanto gli avevo spiegato. Il suo cervello “sentiva” qualcosa che non sapeva come integrare nell’esperienza e questa integrazione avveniva con la “spiegazione” delle componenti informatiche rimaste in bocca dopo l’urto sul vaporetto. La “sensazione” era così forte e quindi
così richiedente un contesto interpretativo da soverchiare la ragione e accogliere un dato di irrealtà come veritiero.
Avevo in questo modo distinto la sensazione dalla interpretazione, autenticando la prima e mettendo in discussione la seconda.
Era giunto il momento di spiegare un altro aspetto molto importante legato alla sua malattia: ovvero, la progressiva riduzione dell’integrazione degli input sensori motori a livello corticale, che è spesso fonte dell’esordio di molti sintomi. Pensate banalmente a questa cosa: una delle forme più cruente di carcerazione è l’isolamento. In questa condizione, l’individuo si ritrova a non avere riferimenti sensoriali. La perdita di riferimenti sensoriali genera, in tempi non lunghi, una alterazione delle capacità cognitive ed emozionali. Tornando a condizioni più cliniche, si pensi alla sindrome da allettamento: è una condizione che si sviluppa prevalentemente nella persona anziana o cerebrolesa e che comporta non solo un decondizionamento motorio ma anche stato confusionale e, talora, agitazione psicomotoria. Una delle componenti che accomuna queste due diverse condizioni è proprio la drastica riduzione delle afferenze sensoriali. In questi casi, la riduzione è “forzata” ovvero indotta. Nel caso delle patologie degenerative del movimento e, ancor più, laddove queste interessino un individuo anziano, la riduzione degli input sensoriali ha cause organiche che hanno a che fare con la progressiva degenerazione sia a livello periferico, che a
livello cortico-sottocorticale delle afferenze (siamo abituati a pensare che le persone anziane abbiano una compromissione della vista e dell’udito). Tutto questo, per spiegare come, a livello corticale, una condizione di riduzione della salienza degli input sensoriali, non riduca ed anzi, talora, incrementi la necessità di interpretazione degli stimoli.
A questo punto declinai questa spiegazione utilizzando la sua condizione.
Gli ho spiegai che uno dei sintomi che tipicamente caratterizza i parkinsonismi è un incremento della salivazione che diventa molto viscosa, una riduzione del numero di atti deglutitori automatici (con conseguente ristagno di questa saliva nel cavo orale), una disgeusia (ovvero una alterazione del gusto che può sfociare nel sentire un gusto metallico in bocca) ed, infine, una perdita di sensibilità e di mobilità della lingua. Sicuramente, questi disturbi si erano instaurati progressivamente in lui. Qualcuno di questi cambiamenti però aveva raggiunto la soglia di salienza tale da attivare la sua attenzione, probabilmente
perché era un cambiamento particolarmente disturbante. L’attenzione focalizzata aveva reso molto più salienti le dispercezioni buccali: più aspetti dispercettivi di cui si era reso conto all’improvviso (perché solo lo spostamento dell’attenzione su di essi aveva dato a tutti loro un incremento di salienza) e senza che lui avesse le conoscenze per correttamente interpretarle ed inquadrarle. Erano tante informazioni da fare proprie e utilizzai di nuovo EFT-i per mantenere bassa l’attivazione emotiva e incrementare l’apertura ad una nuova lettura della realtà. Quindi feci dei giri per ciascuno dei sintomi sopra descritti, utilizzando la tecnica del focus che si allontana rimpicciolendo e sfocando l’immagine disturbante, per aiutarlo a spostare l’attenzione.
Infine, lo feci lavorare sulla capacità di spostare l’attenzione sulle varie parti del corpo. Questa parte diventava un necessario arricchimento sensoriale, che aiuta lo spostamento dell’attenzione. Cerco di spiegarmi meglio. Tutto quello che è sensoriale, tutto ciò che arriva dal nostro corpo al cervello, ha su di noi una “presa” molto forte. Pensiamo, per esempio, alle illusioni ottiche, tipo quella del “movimento indotto”.
Questa illusione è tale per cui se io sono seduta nella carrozza di un treno fermo alla stazione e il treno sul binario vicino inizia a muoversi, io avrò l’impressione che siamo io stessa e il mio treno ad essere in movimento: questo perché il cervello misinterpreta le informazioni sensoriali visive (l’ambiente della carrozza intorno a me fermo e quello fuori dal finestrino in movimento). Conosciamo questa illusione, quindi abbiamo a livello intellettuale (o top-down) questa conoscenza in merito eppure non possiamo che, ogni volta, prendere atto del fatto che “ci lasciamo ingannare” dai nostri sensi.
Nel caso di Rino e, in generale, di coloro che sviluppano una qualche forma di dispercezione sensoriale a carico di una qualche forma di percezione, ridurre e modificare la valenza di quella percezione e, contemporaneamente, rieducare il cervello a distribuire l’attenzione a differenti parti del corpo sono due strategie sinergiche.
Se devo dire, questa è una pratica che utilizzo spesso. Quando posso, addirittura come esercizio/esperienza preliminari alla terapia. Spesso, infatti, noi uomini diamo per scontato il nostro corpo, la sua fisicità. Essi
diventano rilevanti solo quando c’è un sintomo/disturbo/disagio che ci affligge e che vogliamo superare. Questo comporta un duplice svantaggio: non siamo capaci di utilizzare il potenziale (enorme) del nostro corpo che è una sorta di mappa di ciò che accade dentro (e fuori) di noi e, altrettanto, quando abbiamo un problema da superare lo facciamo con maggior difficoltà proprio perché non siamo avvezzi a gestire il nostro corpo, usandolo come veicolo di cambiamento/guarigione. Raggiungere e mantenere una buona conoscenza e una buona consapevolezza del proprio corpo è, quindi, un obiettivo primario, che prescinde dalla gestione del disagio (di qualsiasi natura essa sia) e che favorisce il lavoro sul disagio stesso, quando questo si palesa.
Per raggiungere questo scopo, ho utilizzato una variante di SET: nello specifico, SET può essere una fantastica strategia per aumentare la consapevolezza di una parte del corpo. Io la utilizzo in questo modo. Prima faccio un giro focalizzato solo sul respiro, chiedendo al soggetto di portare tutta la sua attenzione solo sul respiro e sulle caratteristiche del respiro: prima gli chiedo semplicemente di respirare, e di ascoltare il ritmo del respiro, senza fare niente altro che ascoltare. Poi chiedo di portare l’attenzione ai vari momenti del respiro: inspirazione, espirazione. Poi do delle suggestioni perché l’attenzione ancor più si focalizzi su di esso: sentire l’aria che passa attraverso il naso mentre entra ed esce, focalizzarsi su come cambia la temperatura dell’aria che dall’ambiente entra attraverso il naso rispetto a quella che dal naso esce nell’ambiente, focalizzarsi sulla muscolatura del torace e come si muove durante l’atto respiratorio. Questo, oltre a preparare la persona, in generale, sul lavoro interiore, è un ottimo strumento per “avvicinarla” alla consapevolezza del corpo. Infatti, il respiro ha la caratteristica di prescindere dalla nostra volontà (quindi non richiede attivamente una attività corticale), ma nello stesso tempo ha una sua dinamicità (è un ciclo) che facilita quindi il mantenimento dell’attenzione focalizzata.
Una volta fatto il passaggio sul respiro, passo ad utilizzare SET sulle varie parti del corpo. Parto chiedendo: “scegli una parte del tuo corpo, tale da poterci portare l’attenzione. Quanto bene riesci a sentirla da 0 a 10?” Poi inizio il giro di SET aiutando a mantenere l’attenzione, tramite delle suggestioni simili a quelle
elencate prima: suggerisco che la persona si focalizzi sulle informazioni di temperatura, su quelle di pressione, su quelle di costrizione (ad esempio, se la persona sta lavorando sul piede, gli chiedo di sentire la differenza della parte del piede chiuso nella scarpa rispetto al collo del piede libero dalla stessa) e così via…
Dopo tutto questo lavoro, Rino aveva completamente modificato il suo status. Era molto sereno, continuava a vivere momenti in cui sentiva le precedenti sensazioni in bocca, ma le interpretava nel giusto modo. Non negava il fastidio che queste provocavano, ma sapeva come gestirle. Aveva imparato ad usare SET (che non richiedendo la parte intellettuale della frase è meno richiedente e quindi può essere fatta più facilmente anche da questi pazienti). Questo lavoro ha richiesto circa due mesi di lavoro settimanale (in presenza) con un´ultima parte (SET) che ha richiesto anche il suo lavoro attivo a casa (in quel caso gli avevo inviato dei file audio che lui ascoltava per imparare pian piano la tecnica).
A distanza di alcuni mesi le dispercezioni buccali si erano completamente risolte.
Qualche tempo fa Rino è venuto in visita di controllo e mi ha raccontato una cosa estremamente interessante.
Qualche settimana prima aveva avuto degli episodi in cui, mentre si trovava in ambienti non familiari, si sentiva toccare e chiamare da dietro e si voltava, senza poi trovare nessuno. Inizialmente dava delle interpretazioni contestuali: una persona che involontariamente lo aveva urtato, o un amico che aveva voluto
fargli un piccolo scherzo… evidentemente, tutte spiegazioni che vedevano gli altri come “disattenti o scortesi” e quindi spiegazioni mediatrici di emozioni spiacevoli verso i terzi. Poi, peró, all’ennesimo episodio, ecco l’insight: Rino pensa alla dispercezione! Pensa che forse anche quei fenomeni siano un’interpretazione scorretta della sua mente. Cosí prova da solo a mettersi alla prova. Decide che ogni volta che sentirá qualcuno alle spalle proverà a girarsi attendendosi che non ci sia nessuno ed assicurandosi che la sua spiegazione sia valida. Questo aveva permesso a Rino sia di evitare che si instaurasse un nuovo vissuto interpretativo e che si creasse attorno ad esso un network emozionale disfunzionale. Rino aveva generalizzato quanto appreso!
Quando questo accade il terapeuta ha raggiunto l’obiettivo piú alto!
Non credo sia necessario sottolineare come lavorare su sintomi cosí al limite (Rino aveva ormai strutturato un fenomeno allucinatorio complesso) puó essere fatto solo in un contesto interdisciplinare (io ho lavorato in pieno accordo con il neurologo e sapendo di avere a disposizione un suo intervento immediato qualora il lavoro non avesse avuto esito positivo), che sappia dare il giusto inquadramento diagnostico, che decida l´intervento terapeutico anche in base ad una prognosi fatta alla luce dell´intero quadro clinico (erano allucinazioni complesse che, conoscendo la patologia e conoscendo la cognitivitá di Rino, ero sufficientemente certa nascessero dalla dispercezione sensoriale e non da un puro fenomeno produttivo, come nel caso di molte altre patologie neurologiche e/o psichiatriche). Ho tuttavia voluto descriverlo per alcune ragioni specifiche. Il mio personale obiettivo, in questi anni, è stato quello di avvicinare sempre più le strategie operative che ho studiato e che considero strumenti utilissimi con i pazienti, alle conoscenze che arrivano dalle neuroscienze, che ritengo fondamentali, per comprendere “cosa e come” accade nel cervello dell’individuo, allorché questo sviluppa un disagio se non addirittura una patologia di natura emozionale-psicogena.
Alcuni riterranno questi aspetti secondari… li capisco: anche io sono sufficientemente “macchiavellica” da pensare che l´importante sia il risultato. Tuttavia, provare ad avvicinare questi due mondi mi ha fatto capire quanto bene stanno insieme e quanto l´esperienza tecnica unita alla conoscenza facilitino il nostro compito migliorando ulteriormente la qualità del nostro lavoro.
Credo ci sia ancora molto lavoro da fare a questo scopo, ma credo anche che sia un lavoro che permetterá a queste tecniche di arrivare sempre piú lontano.
Buona “Emotional Freedom” a tutti!
Dada73
